Tra la prima e la seconda guerra punica contro i cartaginesi, i romani intrapresero un’altra serie di conflitti che, se non sono diventati celebri come le successive campagne contro Annibale, rappresentano un importante episodio della storia bresciana, visto che grazie ad essi il nostro territorio entrerà velocemente nell’orbita latina.
I romani, infatti, volevano ridimensionare la potenza delle popolazioni della Gallia Cisalpina che minacciavano costantemente i territorio dell’Italia centrale con sporadiche ma importanti scorrerie. Una minaccia manifestata anche dall’atavica paura dei romani, derivata dall’indimenticabile saccheggio dell’Urbe condotto dai celti di Brenno nel 390 a.C. Un timore comunque fondato, come aveva dimostrato la battaglia di Talamone, combattuta in Toscana nel 225 a.C. Una vittoria schiacciante per i Romani che si illusero di poter estendere immediatamente il controllo su gran parte della pianura Padana.

La campagna del 223 a.C. parte probabilmente da Pisa, dove i due consoli Publio Furio e Gaio Flaminio avevano concentrato un’armata composta da circa 40.000 uomini: quattro legioni di cittadini romani, arruolati nel Lazio, nella Campania e nell’Umbria, e altrettante legioni di alleati, forniti dalle colonie di diritto latino e dai socii italici. Il piano della spedizione prevedeva di entrare nel territorio degli Insubri attraversando la Liguria centrale, evitando così il passaggio nelle terre dei Galli Boi, combattuti l’anno precedente con alterne fortune, dopo aver affrontato condizioni meteo avverse e pestilenze tra i ranghi delle truppe. Dopo essere sbarcato a Genova, l’esercito è condotto attraverso le Alpi Marittime, nelle valli del Polcevera e dello Scrivia, risultando piuttosto difficoltoso. Non ci sono strade, ma sentieri stretti che impediscono la marcia in formazione esponendo i legionari alle imboscate. Il morale della truppa è comunque alto, anche perchè a guidarla è Gaio Flaminio Nepote che negli anni precedenti, nei pressi di Rimini, aveva politicamente insistito per la distribuzione e lottizzazione ai soldati delle terre strappate ai Galli Senoni.

Allo sbocco della valle dello Scrivia i romani deviano verso nord-est in accordo con gli Anari (che vivono nei pressi dell’attuale Piacenza) e per attraversare il Po vicino alla confluenza dell’Adda per ricongiungersi con i loro alleati, i Galli Cenomani che abitano la pianura tra l’Oglio e l’Adige, prima di rischiare un contatto ostile con i Boi che vivono in terra Emiliana. Non sappiamo di preciso dove sia stato attraversato il grande fiume, forse nel luogo dove cinque anni dopo sarà impiantata la colonia di Cremona, tuttavia l’attraversamento del Po richiede tempo e l’Oglio, attraversato il quale permette l’unione con i Cenomani, dista ancora un giorno di cammino. Ed è in questo momento che gli Insubri ne approfittano, come ci racconta Polibio, attaccando i romani con una serie di attacchi di guerriglia e costringendo i romani a trincerarsi. I celti ottengono dai romani la promessa di ritirarsi, ma vengono ingannati perchè i consoli fingono di marciare verso sud-est deviando poi verso nord e facendo attraversare l’Oglio alla confluenza con il Chiese.

A quanto sembra, è la prima volta che un esercito romano si spinge così a nord e questo rappresenta forse il primo ingresso dei romani (con forze armate perlomeno) in territorio bresciano.
L’esercito romano viene rafforzato dai contingenti Cenomani proprio a Brixia, loro capitale, e con loro si avviano per l’invasione dell’Insubria attraversando l’Oglio, guadato forse nei pressi di Soncino, e iniziando a devastare le campagne di quell’area. Gli Insubri sono in fermento: per la prima volta sono i romani a saccheggiare i loro territori. Perciò indicono un arruolamento di massa tra tutti i loro clan ed il loro comandante Ariovisto fa voto al Dio della Guerra di un torquis (un collare) forgiato con le armi che intende strappare al nemico. In maniera eccezionale gli Insubri prelevano dal santuario federale le insegne auree inamovibili che scortano l’esercito come una sorta di carroccio.

L’armata insubre è composta probabilmente da circa 50 mila uomini e parte da Mediolanum (Milano) diretta verso est, per intercettare i romani che hanno posto l’accampamento appena passato l’Adda. Alla comparsa degli insubri i consoli romani devono prendere decisioni critiche. Sanno che i Cenomani si sono uniti a loro volentieri per saccheggiare i territori dei loro vicini, ma temono che sul campo di battaglia possano non avere la stessa volontà di combattere, o peggio, che la solidarietà etnica li spinga al tradimento. Perciò decidono di rinunciare al loro aiuto ordinandogli di riattraversare l’Adda, anche se ciò significa combattere in inferiorità numerica. Negli stessi istanti arriva un dispaccio urgente dal Senato che i due consoli, dopo una veloce discussione, decidono di aprire dopo lo scontro. Successivamente i romani tagliano le cime dei ponti provvisori, non sappiamo se per incitare i legionari a battersi non avendo via di fuga, o per evitare reazioni inaspettate dei Cenomani.

Sulla scorta degli scontri degli anni precedenti i tribuni ordinano di distribuire le lunghe e massicce lance dei triarii anche ai corpi di prima linea (hastati e principes, armati di solito con gladi e armi da getto, i pilum) al fine di fronteggiare più efficacemente la fronte gallica munita di spade lunghe, inadatte al corpo a corpo ravvicinato. Scelta appropriata che è alla base della vittoria romana, una vittoria schiacciante che per i galli si trasforma in una carneficina (Orosio parla di 9.000 morti e 17.000 prigionieri). A battaglia ultimata i due consoli possono aprire il dispaccio, nel quale il Senato ordinava le dimissioni dei due e l’ordine di rientro a Roma dell’armata, perché dopo la loro partenza si sarebbero manifestati una serie di nefasti prodigi che avrebbero indotto il Senato a credere che l’elezione dei due consoli fosse viziata da qualche irregolarità. Ma Gaio Flaminio, giunto a Roma, dedicherà a Giove un torquis d’oro, capovolgendo il voto fatto dai galli. I due consoli erano stati obbligati da questa fastidiosa incombenza ad interrompere la campagna militare che comunque si concluse con un successo, anche se la conquista della pianura Padana era appena iniziata.

Questo importante scontro, che segnerà il futuro dei rapporti tra romani e celti, è passato alla storia come battaglia dell’Oglio, anche se buona parte degli storici odierni ritiene invece fosse avvenuto sull’Adda, poiché Polibio narra dell’attraversamento di un solo fiume su cui si svolse la battaglia, dicendo che il saccheggio da parte dei romani era già iniziato nelle campagne prima del guado del corso d’acqua. Questo dettaglio fa propendere che non poteva trattarsi delle campagne bresciane, visto che erano territorio cenomane.

E dei dubbi nutriti dai romani nei confronti dei nostri antenati, ovvero i Cenomani? Sappiamo che i Cenomani hanno sempre vissuto stretti tra due potenze: quella latina, anche tramite i veneti, alleati romani per eccellenza; e quella insubre, che rappresentava la popolazione egemone e dominante del mondo cisalpino. I Cenomani hanno sempre scelto con opportunismo chi appoggiare a seconda delle condizioni e delle opportunità, dettaglio che i romani conoscevano bene. Inoltre si deve tener conto che gli Insubri erano una potenza economica nell’area, e la loro ricchezza permetteva frequentemente l’assoldamento di mercenari d’oltralpe. Non è indubbio che i consoli romani avessero annusato un qualche abboccamento tra insubri e cenomani se i primi avessero avuto l’obiettivo di corrompere gli alleati romani. Da qui probabilmente la scelta di non fidarsi.

Alberto Fossadri

Fonti:
– KNOBLOCH Roberto, “… Così finì la guerra contro i Celti”: gli scontri tra Romani e Insubri del 223-222 a.C.
https://www.youtube.com/watch?v=iMEaoYftJco&ab_channel=Evropantiqva